La fotografia: duecento anni di vite messe a fuoco
A due secoli di distanza da quel lontano 1826, quando Joseph Nicéphore Niépce impresse su una lastra di peltro la celebre "Vista dalla finestra a Le Gras", il mondo è cambiato radicalmente. Eppure, l’essenza di quell'atto non è mutata: la fotografia rimane, oggi come allora, la nostra finestra più autentica aperta sulla complessità dell’essere umano. Per decenni abbiamo celebrato la fotografia come una sbalorditiva conquista della scienza. Prima è stata figlia della ricerca chimica, tra sali d’argento e tempi di esposizione infiniti; poi è diventata il simbolo del progresso tecnologico con l’avvento del digitale. Ma ridurre la fotografia a una sequenza di bit o a un processo chimico sarebbe un errore di prospettiva.
La verità è che la tecnologia è solo il mezzo. La fotografia diventa arte vera solo quando incontra l’attenzione umana, la cura del dettaglio, il coraggio dell'osservazione. Senza l'occhio di chi guarda, l'obiettivo è cieco.
Le vere notizie, quelle che scuotono le coscienze e fermano il tempo, continuano a passare attraverso le "finestre" aperte da fotografi e fotogiornalisti che operano in ogni angolo del pianeta. Spesso non conosciamo i loro nomi, non sappiamo quali rischi abbiano corso o quale silenzio li circondi, ma le loro immagini sono diventate la memoria collettiva della nostra specie. Hanno raccontato le nostre storie più luminose e quelle più dolorose, trasformando un istante fugace in un patrimonio eterno.
Per questo duecentesimo compleanno, il regalo più grande non sarebbe un nuovo modello di fotocamera o un software più potente. Il regalo più bello sarebbe, finalmente, scoprire i loro volti. Dare un nome e un'identità a quegli occhi che, per due secoli, sono rimasti nascosti dietro il mirino.
È tempo di onorare chi ha scelto di restare nell'ombra per regalarci la luce, trasformando la propria osservazione in un atto d'amore e di testimonianza per l'intera umanità. Maurizio Riccardi ( Pres.Associazione Identità fotografiche)

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